Nuove forme e interpretazioni per reinventare ciò che viene fatto da sempre

Piccoli imprenditori, autonomi, artigiani: lavorare sentendosi la nuova classe operaia

In Redazionali on 14 agosto 2012 at 8:00 am


Le letture dei giorni scorsi, ci hanno particolarmente colpito attraverso le parole di Ilvo Diamanti apparse su Repubblica, in merito ai nuovi volti che la crisi sociale ed economica del paese sta restituendo al paese.

Il tempo a disposizione lascia spazio alle interpretazioni e soprattutto ai ruoli che l’ineluttabilità degli indici economici ed i riscontri della vita di tutti i giorni ci restituiscono.

Che valore assume oggi il termine “classe operaia“?
Ma soprattutto ha ancora un senso nominarla quando è chi la compone a controvertirne il significato?

I connotati della crisi sono descritti da molti indicatori.

Per primo, il tasso di disoccupazione, che tende a crescere, rapidamente.

Poi, il calo dei consumi, che si riflette, fra l’altro, nel minor numero di persone partite per le ferie.

Che dire poi della repentina riduzione del risparmio privato, punto di forza del nostro sistema bancario.

Ma l’aspetto, forse, più significativo della “crisi sociale” italiana però, riguarda l’impresa.
In particolare quella di piccola dimensione.

In Italia, le piccole imprese hanno un’incidenza molto ampia.
Sono, infatti, circa 60 ogni 1000 abitanti, mentre la media europea è intorno a 40 (Istat su dati della Commissione Europea 2009).
Una percentuale che schizzò in ascesa soprattutto dopo il declino della grande impresa metropolitana del Nord-Ovest, sostenuta dallo Stato ed identificabile per molti di noi nella Fiat.

Negli ultimi trent’anni, lo sviluppo è stato trainato dalla piccola impresa, diffusa nel Nord-Est e nelle regioni dell’Italia Centrale ma anche del Centro-Sud adriatico.
Un fenomeno socioeconomico che non ha fatto altro che reinterpretare un’identità nazionale sempre più ampia. Dentro e fuori i confini.

L’imprenditore, dagli anni Ottanta ad oggi, ha smesso di essere il padrone.
È diventato a sua volta lavoratore: autonomo.
Lo ha fatto seguendo il mito ed il modello di mobilità sociale, in un Paese dove molti lavoratori dipendenti ambivano a divenire anch’essi lavoratori in-dipendenti.

Un Paese dove l’impresa individuale e familiare ha continuato a moltiplicarsi.
Un Paese di artigiani e commercianti, oltre che di industriali.
Affollato da titolari di aziende meccaniche, tessili, edili, calzaturiere, chimiche e siderurgiche.
Ma anche da informatici, tassisti, commercianti, commercialisti, ristoratori e parrucchieri.

Tutti “imprenditori” in un universo ampio, fluido anche se maledettamente frammentato. Anche per questo, negli ultimi trent’anni, la cosiddetta “concertazione” ha avuto tanta importanza.
Perché non solo le organizzazioni dei lavoratori dipendenti, ma anche quelle degli imprenditori e dei lavoratori autonomi, avevano, anzi, hanno, grande presenza e influenza sociale.

Fra lavoratori dipendenti e indipendenti, autonomi e imprenditori, vi sono ampi margini di sovrapposizione.
D’altronde, la Seconda Repubblica è sostanzialmente fondata sull’imprenditore, come mito e come realtà.
Gli italiani, d’altra parte, concepiscono la propria differenza e specificità rispetto agli altri popoli anzitutto nell’arte di arrangiarsi, senza per questo ridurla in assoluto al facile luogo comune della furbizia.
Arte, appunto, che permette di adattarsi e di reagire, in fasi critiche come questa.

Le sofferenza delle imprese italiane andrebbe comunque valutata con attenzione. Potrebbero prefigurare un cambiamento di ciclo sociale, oltre che economico, e dagli esiti difficilmente prevedibili.
I segnali, in tal senso, sono numerosi.
Sotto il profilo delle statistiche economiche, è in atto, ormai da anni, un calo assoluto del numero di imprenditori: 25 mila in meno nel 2011 rispetto al 2010, ma 170 mila rispetto al 2004 (Fondazione R. Te. Imprese Italia su dati Istat).

Nel 2012, peraltro, si è verificato un calo delle nuove imprese. In particolare, come segnalato su la Repubblica (fonte InfoCamere), appare sensibile il declino dei giovani imprenditori (ma anche delle imprenditrici).
Le associazioni di categoria, inoltre, denunciano le crescenti difficoltà della piccola distribuzione e, in particolare, degli alberghi e dei ristoranti, molti dei quali nell’ultimo anno hanno chiuso o stanno chiudendo.
La stessa enfasi dedicata dai media ai suicidi di piccoli imprenditori e di lavoratori autonomi, al di là della misura del fenomeno, denuncia la drammatizzazione del fenomeno nella percezione sociale.
È peraltro evidente il disagio dell’imprenditore sul piano “politico”.
Lo rivela il declino dei soggetti che ne hanno assunto l’immagine.
Per prima Confindustria. Indebolita ovviamente dalla crisi della base associativa.

Insomma, se le imprese italiane soffrono, soffre anche l’imprenditore, principale riferimento di questa società del “ceto medio”.
In questo Paese, dove la borghesia innovativa e riformatrice ha storicamente occupato uno spazio limitato e spesso inadeguato a promuovere la modernizzazione, si è sempre lasciato spazio ad imprenditori piccoli e piccolissimi: i lavoratori autonomi.

Questi ultimi hanno invece ingrossato il Paese “medio”.
Dove coloro che si sentono “ceto medio” (sondaggio Demos-Coop, aprile 2012), dal 2006 a oggi, si sono ridotti, anzi, sono crollati, dal 60% al 40%.

Ma allora, se anche gli imprenditori si sentono di ceto medio-basso e si dichiarano “classe operaia”: chi reagirà alla crisi?
E soprattutto, chi spingerà la ripresa?

Carlo Cazzaniga

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