Nuove forme e interpretazioni per reinventare ciò che viene fatto da sempre

Creatività: l’onestà morale di ridefinire un termine

In Redazionali on 22 settembre 2012 at 8:00 am

Viviamo in un mondo in cui la maggioranza delle persone acquista gli stessi oggetti, pensa gli stessi pensieri, mette in atto i medesimi comportamenti.

Le istituzioni più importanti della nostra vita ci chiedono l’uniformità: famiglia, scuola, lavoro.

La prima tende a trasmetterci valori di una cultura dominante.
La seconda tende a plasmare il pensiero su programmi più rigorosamente attinenti ad un percorso didattico, piuttosto che stimolare il ragionamento.
La terza tende a forgiare secondo procedure poco elastiche e spesso standardizzate, nel nome di non si sa cosa.

Il più piccolo dissenso, lo scarto anche minimo dalla media, vengono a stento tollerati.

Eppure, se ci volgiamo a considerare la storia della nostra civiltà, osserviamo che i più significativi progressi nei più svariati campi,  se possiamo ancora attribuire un qualche valore positivo alla parola “progresso”, sono stati ottenuti grazie a persone che, a un certo punto della loro vita, si sono staccate dalla maggioranza e hanno sviluppato un modo di pensare trasversale.

Questo modo di agire, pensare, risolvere problemi in modo divergente, ma costruttivo, viene chiamato creatività.
Una qualità il cui sviluppo sempre più spesso viene invocato da educatori, economisti, imprenditori, politici e dalla quale sembrano dipendere le sorti del nostro futuro, ma che puntualmente viene elusa nei fatti.

Nell’ultimo decennio, il termine “creativo” è diventato talmente inflazionato da diventare una caratteristica attribuita anche a chi creativo non lo è affatto.

Le persone creative sono quelle che, con la loro originalità, ci permettono di elaborare concezioni della vita più profonde e sono in grado di rivoluzionare paradigmi consolidati. Il significato di creatività, viene invece spesso erroneamente attribuito a persone molto lontane da tutto ciò, esattamente come si fa con altri termini.  Così come un metodico non può essere confuso con un preciso, diverso non è sinonimo di creativo, morigeratezza non vuol dire avarizia, il buon gusto contemplerebbe obbligatoriamente l’educazione e così via.

Una miriade di testi sulla creatività affollano le  librerie: cosa sia esattamente, come riconoscerla, come svilupparla.
Ogni autore fornisce la propria analisi e la propria ricetta.

Facendo una lacunosa, superficiale e molto personale rielaborazione di quanto ricerche più sistematiche ed estese hanno prodotto, cominciamo col dire che la creatività non è ad appannaggio di una ristretta elite di individui, ma è invece alla portata di ciascuno di noi.
Tutti abbiamo dei talenti che, se debitamente sviluppati, possono portare, magari in un ristretto ambito, a risultati nuovi e significativi.

Ecco perché, a mio avviso, il sistema educativo dovrebbe favorire il pensiero critico, l’originalità, l’autenticità, la coraggiosa e franca espressione delle idee, l’indipendenza di giudizio, la tolleranza, la costruzione di un abito mentale più libero che, togliendo le inibizioni del conformismo e della sottomissione all’autorità, crei nuove connessioni neuronali e ci apra ad orizzonti psichici più estesi.
Tutto ciò ci restituirebbe quella forza, quella consapevolezza e quell’onestà intellettuale di affermare candidamente di non essere creativi, davanti all’affermazione di qualcuno che potrebbe attribuirci erroneamente il termine .

Molti insegnanti e troppi genitori sembrano attribuire un peso eccessivo ai voti scolastici.
La scuola finisce così con l’assomigliare sempre di più ad un esamificio, più che un luogo per acquisire una reale conoscenza.
Pur tuttavia sappiamo per esperienza, che gli allievi migliori e più promettenti sono quelli che  coltivano interessi personali  spaziando con le loro letture oltre gli angusti confini dei testi scolastici prescritti.
Trasformandoci in soggetti multicentrici, un giorno dovremo finalmente rassegnarci a prendere atto che non tutta la cultura passa attraverso la scuola e l’università.

Riconoscendo il valore per tutta la comunità di un sistema formativo efficace, dovremo però onestamente ammettere che moltissime tra le personalità più significative della storia hanno avuto sovente un rapporto addirittura conflittuale con l’istituzione scolastica.
Un conflitto, quello fra norma ed il suo superamento, che forse non si riuscirà mai ad estinguere

Un altro steccato da abbattere è quello che contrappone il lavoro intellettuale a quello manuale, considerando il primo di gran lunga superiore al secondo.
Si tratta semplicemente di creare le condizioni affinché ciascuno di noi esprima al meglio i propri talenti, nel campo in cui ha maggiore interesse e predisposizione.

Un equivoco va però altrettanto chiarito.
Quello cioè che la creatività sia indipendente dal lavoro, dallo studio, dalla fatica.
Va detto con schiettezza che non si raggiungono grandi risultati senza impegno e che quasi sempre le soluzioni vengono trovate da chi sa cercare, da chi domina la propria disciplina o il proprio ambito lavorativo, da chi ha riflettuto e provato a lungo.
Non si elabora la teoria della relatività o non si costruisce una forma di pensiero del tutto casualmente.

Una certa cultura edonista imperante prescrive che le giovani generazioni vengano allevate lontane da ogni fatica, frustrazione, sacrificio, lavoro metodico, disciplinato, ambizioso e paziente.
Ma probabilmente non è così che nella vita si raggiungono i successi che vale la pena raggiungere.

Diversamente da come  invece sosteneva Thomas Alva Edison, l’inventore della lampadina:
“Il genio è uno per cento intuizione, novantanove per cento traspirazione”.

Carlo Cazzaniga

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