Nuove forme e interpretazioni per reinventare ciò che viene fatto da sempre

Innovazione e contraddizioni italiane

In Redazionali on 27 ottobre 2012 at 8:00 am

Accettato il concetto che nella creatività realizzativa convivono sia la capacità manuale tipica dell’artigianalità, che l’astrattualità intellettuale dell’elaborazione concettuale, vien da pensare che gli italiani le posseggano entrambe.

Occorrono, oltre all’immaginazione, anche la “sapienza della manifattura”:  assemblaggio e capacità di mettere insieme dei componenti per realizzarne un prototipo che evidenzi  il passaggio dall’ idea ad un prodotto finito.
L’artigianato in questo contesto rappresenta quel   “sapere verticale” che si tramanda da generazioni, di chi si attiva nella risoluzione di problemi coniugando la maestria del fare con la sua valorizzazione emozionale.

Questi elementi possono essere le leve sulle quali operare per consentire al nostro Paese di riprendere quel cammino innovativo che, in un non lontano passato, è stata la ragione del nostro sviluppo, evitando però gli errori di allora e impiegando fattivamente le nuove tecnologie.

Invece di competere sui mercati con continue riduzioni di prezzo e contrazioni di costi su prodotti di dubbia utilità, la nostra competenza nel saper fare le cose a regola d’arte, può portarci a produrre competitivamente in serie ridotte, manufatti particolari, fruibili e difficilmente imitabili, specializzandoci nella ricerca sull’innovazione, non solo di processo, ma principalmente di prodotto.

Tutto ciò significa inserire  la tecnologia sapendola guidare e indirizzare coerentemente, in direzione di prodotti che contengano al loro interno il fascino del bello, del design e della sapienza realizzativa.
Questo perché nel Mondo globale e massificato sono in crescita coloro che nei prodotti che acquistano ricercano tradizione secolare e saperi, declinati in cultura ed emozione, che li pongano al vertice della catena del valore percepito.

Per le nostre PMI e le aziende artigiane, troppo piccole per la competizione sulle economie di scala e l’innovazione permanente, si possono aprire due opportunità:

– la prima legata alla produzione ed alla vendita di piccole “opere d’arte”, riproducibili in serie limitate e contraddistinte da specifiche peculiarità;
– la seconda invece, focalizzata sul servizio che offre conoscenza,  soluzioni del manifatturiero, senso estetico, eleganza, genialità a costo ridotto, e concetto del “fatto e concepito in Italia”.

Se questi sono i segnali positivi e le opportunità da cogliere, non meno rilevanti sono però i rischi e gli elementi di debolezza di un  Paese collacato dall’indice INSEAD  al 35° posto su 125 per innovazione e proprietà intellettuale.

L’indice può essere considerato un fattore credibile in quanto non si limita solo a considerare i fondi destinati alla ricerca e il numero delle pubblicazioni scientifiche, ma analizza anche i fattori, le politiche e la cornice istituzionale che sviluppano un ambito che ottimizzi le capacità innovative presenti in un paese.

Questo perché si è ormai raggiunta la consapevolezza che un migliore approccio lo si ottenga più sui termini individuati sul campo piuttosto che  da università e centri di ricerca.
Infatti un’idea inventiva non è ancora un’innovazione fino a quando non si declina in qualcosa di fruibile per i clienti.Per questa ragione debbono essere monitorati sia gli attivatori di innovazione che sono gli ambiti del contesto socioeconomico in grado di stimolare la creatività e la diversità di pensiero che fanno da fondamento all’innovazione.

Sostanzialmente si può far riferimento a un contesto di democrazia evoluta, di burocratizzazione ridotta, scolarizzazione elevata, coesione sociale, accoglienza, mercato aperto, solidarietà e sviluppo delle reti (reali e virtuali).
Nonché i concreti manufatti, ovvero i prodotti innovativi, i servizi avanzati e le applicazioni del sapere scientifico che la tecnologia realizza e diffonde sui territori a beneficio dei fruitori.

Se ad esempio confrontiamo i nostri dati con quelli della Germania (paese dodicesimo in classifica ed anch’esso a forte caratterizzazione produttiva) possiamo riscontrare che l’innovazione italiana è spesso concentrata sul miglioramento qualitativo del prodotto e sulla cura del dettaglio funzionale, a conferma della nostra “spiccata” vocazione manifatturiera. Questo perché si tende alla ricerca della massima soddisfazione del bisogno del cliente (customizzazione) e si ricerca anche il rafforzamento del senso di appartenenza identitaria che può fornire una produzione “esclusiva”.
L’innovazione tedesca, invece, si focalizza sulla realizzazione di più marcati incrementi di produttività, in modo tale da aumentare la richiesta dai principali mercati di sbocco, con conseguente accrescimento della loro dimensione quantitativa e ulteriore crescita dei volumi esportati.

La vera differenza però la fanno i nostri servizi, alle imprese e ai cittadini che a parità di prezzo, forniscono prestazioni nettamente inferiori a quelle tedesche e incidono poi pesantemente sulla nostra produttività complessiva ed abbassano il livello di innovazione che ci vedi penalizzati alla fine, in tutte le graduatorie internazionali.

Carlo Cazzaniga

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