Nuove forme e interpretazioni per reinventare ciò che viene fatto da sempre

Salone del Mobile 2013: tre giornate su due ruote

In Redazionali on 14 aprile 2013 at 1:00 pm

saloni-carrello

Ad ogni nuovo appuntamento con il Salone del Mobile di Milano, gli osservatori più disincantati amano ripetere che tutto è già stato detto; che il design ha esaurito la sua carica creativa con i capolavori degli anni 50, 60 e 70; che le forme più belle sono già state pensate ed oggi le si può al massimo rileggere, reinterpretare, aggiornare.

Può darsi.
Nonostante questo c’è sempre qualcuno che ci prova, e fa bene. A dispetto delle invidie, dei disfattismi e delle brutte recensioni altrui spesso motivate da ragioni ad esso estranee.
Sono le invidie dei soliti soggetti. Vuoi perchè esiliati dai circuiti  dei padiglioni e dagli eventi del fuorisalone, o perchè snobbati dagli inviti. Vuoi perchè infastiditi da installazioni dal significato incerto, o più semplicemente perchè il disagio del traffico che ne consegue attraversa i percorsi che li conducono verso casa o verso il luogo di lavoro.

Per buona pace di questa categoria di persone, va anche detto che un certo loro disappunto abbia buon motivo di esistere.
Questo perchè non sempre alcune installazioni proposte corrispondono alle premesse.
Non sempre il buon gusto prevale su quello discutibile.
Non sempre quanto espresso è il risultato di un autentico percorso di lavoro.

Sfaccettature, che si mostrano come una superficiale mancanza di rispetto nei confronti dello spettatore qualunque, del visitatore che cerca un approccio conoscitivo sul significato dell’opera senza trovarlo, e della persona più preparata che prova disagio al cospetto di una certa protervia artistica.

Certo è che  se innovare nel disegno è compito arduo, ai designer e ai produttori restano da percorrere migliaia di strade inesplorate non sempre libere da errori e deviazioni.
Strade fatte di nuovi materiali  e di capacità nel saper tradurre nuove esigenze economiche e sociali dalle spiccate sensibilità ambientali. Fare errori lavorando con parametri così ampi diventa pressochè inevitabile .

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Ma certe contraddizioni spesso grossolane,  colgono impreparati.  Soprattutto quando sottolineano prodotti a chilometro zero ma con l’aspirazione di vendere in tutto il mondo, o enfatizzano la caratteristiche di alcuni materiali senza considerarne una catena produttiva dall’ ingombrante  impatto ambientale.

La settimana de ” il Salone del Mobile” sopraggiunge con la sua marea  d’inviti e con innumerevoli sollecitazioni che invitano a partecipare ad eventi da non perdere,  ma che poi ci frustrano per l’inadeguatezza del contenuto e della povertà di messaggio.
Un giudizio un pò fuori dalle righe, ma che ci trova concordi con le definizioni di Enzo Mari fornite durante la sua recente conferenza.

Il punto è che siamo alle prese di un design che spesso celebra se stesso attraverso firme di rilievo internazionale,  privo di quell’onestà intellettuale che lo riconduca con modestia a ciò che si vede veramente .
Ed è proprio qui che abbiamo colto un aspetto di cui poco si parla. Uno scollamento totale tra il progettista e l’artigiano che plasma la materia.

Il Salone è un evento impressionante nei sui numeri.
Genera centinaia di grandi e piccoli eventi agitando Milano, ma anche qui con l’inganno di una città poco pronta a ricevere ed accogliere.

Il fastidio probabilmente  risiede nella  sensazione che la maggior parte delle cose che si vedono e si incontrano non danno alcuna risposta o visione rispetto ai tempi reali che viviamo.
Sembra, da una parte, di essere immersi in un gigantesco falò delle vanità in cui bruciare risorse e immagini per tenere vivo il format introdotto negli anni.

Quello che rimane è probabilmente la mancanza di un disegno maggiormente strutturato ed a lungo termine, che non si estingua solamente in un momentaneo aspetto puramente di costume, ma che serva come base di partenza per restituire dignità professionale ad una filiera composta da innumerevoli figure sempre più sfilacciata e sempre meno retribuita.
Le parole di Enzo Mari ci hanno restituito una perla di socialismo che non sentivamo da tempo.
Dove il lavoro dell’operaio, dell’artigiano o del  manovale riassume un ruolo di importanza fondamentale a dispetto di una progettazione e di una prototipazione che oggi avviene solamente attraverso le applicazioni di un software.
E come dagli torto, quando tra tutto questo parlare di natura e di decrescita non si sente mai menzionare il fattore tempo come un fattore da riconsiderare.
Parlare di etica senza poi applicarla, vuol dire perdere tempo.
Dispiacerebbe allora pensare se tutto questo circo fosse un pretesto per creare semplicemente un suntuosa cornice,  a vantaggio dei soliti privilegiati.

Carlo Cazzaniga

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