Nuove forme e interpretazioni per reinventare ciò che viene fatto da sempre

Italia: tra futuro e virtuose anomalie. Una risposta al kung-fu e alla globalizzazione

In Redazionali on 11 aprile 2016 at 8:00 am

globalUn tema con il quale l’economia ci ha costretti a confrontarci è la convinzione irrazionale di poter “ridurre” a una semplice formula la complessità del reale.
In un articolo apparso su Wired nel 2009 dal titolo: “Recipe for Disaster: The Formula that Killed Wall Street” si spiegava come una formula inventata da un matematico cinese era alla base della convinzione delle banche e analisti finanziari di poter dominare il rischio legato agli investimenti.

La crisi che ancora ci attanaglia ha dimostrato che simili convinzioni sono molto “rischiose”.
La domanda che dobbiamo porci è: la realtà è riconducibile ad un modello razionale?
E’ evidente che tutta la storia, sia della scienza che dei popoli, dimostra abbondantemente il contrario.

I seguaci di Hegel sia di destra che di sinistra, nel tentativo di dimostrare che la loro “razionalità” era in grado di guidare la storia e le tradizioni, hanno concretizzato due orrori storici quali il nazismo e il comunismo.
Purtroppo tali meccanismi sociali erano stati pensati nella convinzione di realizzare ciò che appunto Hegel aveva già scritto:
L’ingresso di Dio nel mondo è lo Stato; il suo fondamento è la potenza della ragione che si realizza come volontà”. Da questa frase alla successiva: “Dio è con noi” il passo è stato breve, come pure la catastrofe.
Fortunatamente il pensiero scientifico da tempo ha elaborato un antidoto alla pretesa “razionale-riduzionista” di dominare la realtà proponendo modelli di rappresentazione complessi derivati dalla teoria dei sistemi.
Tale teoria supera la visione meccanicistica e riduzionista introducendo nella relazione tra le componenti del sistema oggetto di studio un elemento emergente che risponde al principio: “il tutto è più della somma delle parti”.
Tale approccio è ormai universalmente noto come “olistico” intendendo con esso un modo “sottile” di leggere la realtà dei fenomeni sociali e naturali.

La dialettica tra olismo e riduzionismo meccanicistico attraversa svariate realtà tra le quali, ovviamente, anche il mondo aziendale e della produzione.
Il filone “olistico” sta creando un discrimine significativo tra ciò che è naturale, umano, non alienato e ciò che invece è frutto di un pensiero lineare e “meccanico”.
La rincorsa alla soddisfazione del consumatore e alla creazione di prodotti sempre più sofisticati ha introdotto elementi progettuali e relazionali sempre più “sofisticati” che hanno abituato il cliente a pretendere di relazionarsi non più a banali oggetti ma a prodotti con un’anima e caratteristiche polisensoriali che li rendono il più possibile distanti da quanto l’industria ci aveva proposto sino a qualche decennio fa.

Ormai la ricerca stilistica unita all’artigianalità offrono la garanzia di un modo “olistico” e tradizionale di creare e produrre.
In esse la componente umana, sia essa nel design che nella realizzazione stessa, è fondamentale.
Da questi esempi risulta evidente che la attuale “crisi” dei modelli riduzionistici ha evidenziato il loro limite.
Più in dettaglio esso è riconducibile al tentativo di ricondurre la complessità del reale ad un modello teorico (la crisi delle ideologie ne è una ulteriore dimostrazione) non adeguatamente sperimentato e validato da una adeguata esperienza concreta sul campo.
Questa carenza, al contrario, non caratterizza l’approccio tradizionale che, quale espressione di un modo “antico” di rapportarsi al reale e alle “scuole” ha sedimentato nel tempo una serie di principi basati saldamente su una sperimentazione a volte millenaria.
I primi termini che vengono in mente quando si parla di rapporto tra l’uomo e la realtà e che ancora esprimono il loro antico significato sono: artigiano, artista, maestro.
Con essi si vuole intendere una espressione umana concreta che esprime una complessità intrinseca frutto di esperienza, di tradizione o di “ispirazione” che però non è frutto di elaborazione concettuale o meccanica.

E’ estremamente indicativo al riguardo, il significato del termine cinese Kung Fu: “Kung” è tradotto con l’espressione “sacrificio, duro lavoro, fatica con sudore, attività svolta con perizia e maestria, abilità raggiunta in un determinato campo” e “Fu” identifica “l’uomo adulto”.
L’associazione dei due termini significa dunque: “uomo lavoratore, adepto, che vuol conseguire il successo, sforzo umano, arte da sudare, arte che si conquista con fatica”.
Kung Fu pertanto indica sia un duro lavoro che il merito raggiunto, quindi sia la pratica che il risultato raggiunto.
Un saper fare, unito ad un saper essere, che nel gesto eccellente raggiunge livelli di maestria.
Maestria come padronanza di forze frutto di impegno e genialità che realizza “a regola d’arte” un manufatto o un gesto concreto.
Arte, in tal senso, non è semplice “abbellimento”, ma “Kosmos” (entrambi hanno una origine comune nel greco antico) capacità di trasformare, grazie al confronto costante con la realtà, la capacità immaginativa umana in “opere dell’ingegno” che hanno caratterizzato, ad esempio il nostro Rinascimento italiano.
In tal senso un Leonardo o Michelangelo erano sicuramente maestri e Kung Fu secondo la tradizione cinese.
Del resto entrambi hanno studiato presso le botteghe di “maestri” artigiani ed erano maestri essi stessi.

Da questa analisi dobbiamo dedurre che il trend attuale che vede l’Italia famosa nel mondo come patria dell’arte e dell’artigianato e dunque dello stile nonché dell’arte di vivere sia una risposta alla alienazione dei non luoghi, dei non prodotti, delle “non” aziende?
Vogliamo dedurre che Adriano Olivetti era un maestro Kung Fu, come pure i suoi designer e la attuale serie infinita di artigiani e produttori italiani di eccellenze culinarie e non?
Sarei tentato di rispondere di si.
Anzi di aggiungere che la nostra è la risposta italiana al Kung Fu dei cinesi e giapponesi che per qualche “olistico” motivo si recano in Italia innamorati delle sue massime espressioni artistiche, architettoniche, culinarie e musicali.

Potremmo nominare questa nostra maestria: “la risposta italiana alla sfida della globalizzazione dei mercati”.
Ciò che è urgente è che gli stessi italiani reimparino la loro arte e maestria prima che sia troppo tardi imponendoci rischiose terapie “razionali” di economisti per ridurre il nostro debito pubblico.

Carlo Cazzaniga

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: