Nuove forme e interpretazioni per reinventare ciò che viene fatto da sempre

Scuola-lavoro: coerenza e vantaggio di un programma a lungo termine

In Redazionali on 26 febbraio 2017 at 8:00 am

scuola-lavoroL’idea che il rapporto con il mondo del lavoro possa essere “educativo”, fatica ad entrare in contatto con l’universo della scuola italiana.
Al lavoro si riconosce un ruolo di pura esercitazione, molto raramente un valore formativo.
Il rammarico, risiede nel fatto che questo rapporto contribuirebbe a sviluppare competenze utili negli studenti, assai più che tanta didattica.

Sembra che tutto ciò che sia estraneo al testo scritto, ed alla conseguente mediazione di chi lo insegna, venga considerato in fondo come una formazione accessoria.

Eppure, gli insegnanti che si ricordano (di qualsiasi estrazione essi siano), sono proprio quelli che nel percorso didattico hanno permesso un dialogo alla pari, invitando lo studente ad esporsi in prima persona a congetture e riflessioni individuali, cercando di stimolare il ragionamento sulla base di quanto si è appreso in rapporto alle esperienze.

Con una legge introdotta nel 2003, l’alternanza scuola-lavoro aveva creato alcuni dissapori tra gli insegnanti delle materie di indirizzo professionale e i docenti delle materie classiche.
Per questi ultimi, le interruzioni dalle lezioni rappresentavano spesso un danno perché, una volta terminato il periodo di alternanza, il ritorno alla normalità richiedeva uno sforzo ulteriore.
Con il provvedimento “La buona scuola” l’alternanza è diventata obbligatoria nel triennio, per 400 ore annuali negli Istituti Tecnici e professionali e per 200 nei Licei.

Per avere dei termini di paragone, in Francia e Spagna l’alternanza è obbligatoria per la formazione professionale, mentre in Inghilterra è stata introdotta nel programma obbligatorio per due settimane l’anno.
L’Italia è dunque passata da un’attività episodica e facoltativa ad un modello impegnativo sia per le scuole che per le imprese, ispirandosi al sistema tedesco che da anni segue un rapporto duale: una di tipo formativo ( Fachoberschulen ) per gli istituti secondari ad indirizzo professionale, l’altra di tipo lavorativo (Berufsschulen) gestito quasi più dalle aziende che dagli istituti di formazione.
La prima è una scuola a tempo pieno di due anni a cui si accede a 15 anni di età e che prevede 4 gg di lavoro alla settimana per il primo anno con 8 ore di lezione settimanale.
L’altra forma si attua in un sistema duale gestito dalle aziende.
Si tratta in realtà di una forma di apprendistato, una formazione pratica effettuata dall’azienda che la sovvenziona, combinata con un’istruzione teorica in scuole speciali per la formazione professionale.
Qui le aziende, per poter accogliere gli apprendisti, devono avere requisiti specifici previsti dalla legge.
Il contratto poi, offre ai ragazzi una minima retribuzione sufficiente a garantirne l’autonomia.

La realtà in Italia è molto diversa.
L’organizzazione dell’alternanza è delegata alle scuole che devono trovarsi le aziende.
Come è facile capire, l’assenza in certe zone di tessuto produttivo, rende complicato il progetto già al suo avvio.
La nostra realtà produttiva, industriale e di servizi, fatica ad assorbire questa massa di studenti, tanto più per un numero di ore così importanti.
In molti settori, come quello agricolo, le aziende sono piccole e prive di risorse sufficienti da investire.
In più, il fitto tessuto di piccole e medie aziende si mostra completamente inadatto ad ospitare studenti che, senza specifiche competenze, si trasformano in risorse “poco spendibili” in un contesto lavorativo.

Si dirà: “ …ma gli studenti devono imparare, non lavorare”. Giusto!
Un’azienda dovrebbe fermarsi per insegnare ai ragazzi quel minimo che potrebbe renderli soggetti attivi in un percorso di alternanza.
Difficile dunque che, al termine “fermarsi”, si rendano disponibili.
Lo sviluppo di competenze trasversali che dovrebbe derivare agli studenti, si trasforma spesso e nella migliore delle ipotesi, in un addestramento specifico su macchine e procedure “proprietarie” tipiche delle piccole aziende e difficilmente esportabili.
Nei casi peggiori invece, determina un “parcheggio” improduttivo degli studenti che non acquisiscono nessun tipo di competenza, neppure di natura relazionale.

Introdurre e sviluppare uno scambio tra scuola e mondo del lavoro, non può quindi coinvolgere uno sparuto numero di attori.
Esige piuttosto un sistema di regole, che definisca e certifichi competenze per le diverse professioni, cominciando dal defiscalizzare le aziende in modo da poterne pretendere qualifiche, regole e comportamenti.
Per fare questo però, bisognerebbe fare leva su un concetto di lungimiranza che appare sempre più dissipato e sfilacciato nelle sue intenzioni, in un tessuto sociale sempre più prono ad inchinarsi a soluzioni rapide e scarne di contenuti, nei quali i privilegi personali sopravanzano di gran lunga il bene di una comunità.
Senza mai ricordare che le “scorciatoie” non sono mai state foriere di virtuosi risultati.

Carlo Cazzaniga

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